Pietre che sono lì per una ragione

Pietre che sono lì per una ragione

Pietre che ci richiamano a non avere un cuore di pietra.

Mi trovo a Rocca di Roffeno, una piccola località dell’Appennino Bolognese. In una giornata che si preannuncia molto calda sto riguardando l’ipotesi di un giro in bici che resti relativamente in quota, che non mi porti a dover risalire la china di una collina sotto il sole rovente del pomeriggio di agosto. Sono intrigata da una strada che dalla strada del Passo Brasa scavalca il crinale e scollina in provincia di Modena, in località Maserno. Mi intriga il fatto che la strada arrivi a una quota superiore a 1000 metri, in un posto così apparentemente umile, e digito su google il nome della cima che il mio itinerario dovrebbe toccare. Monte della Torraccia.

Prima di rendermene conto, mi trovo immersa fino al collo nella vicenda della Decima Divisione montana dell’esercito americano, che tra il novembre del 1944 e la primavera del 1945 ha sfondato la linea difensiva tedesca proprio in queste località. Leggo stupefatta la storia dell’addestramento di questi soldati che origina dall’invasione sovietica della Finlandia fin dal 1939, quando l’importanza strategica delle battaglie invernali e sui terreni montani fu messa a tema da degli Stati Uniti ancora in pieno atteggiamento neutralista. Vedo le foto di un giovane scialpinista, prestato alla guerra e caduto proprio nelle località in cui mi apprestavo a compiere il mio giretto in bicicletta, e improvvisamente mi appare così incongruo il mio modo di percorrere queste strade senza mai rivolgere un pensiero a tutto ciò che vi è accaduto nei decenni scorsi.

Naturalmente, io so cosa è successo, perlomeno lo so a grandi linee. So che Castel d’Aiano è stata rasa al suolo dai bombardamenti, e che tutte le sue costruzioni sono successive alla guerra. So che vi si trova un centro visite dedicato alla memoria della seconda guerra mondiale. So che c’è un enorme monumento dedicato a un’altra divisione venuta dall’altra parte del mondo per combattere la guerra mondiale proprio su queste montagne, l’ho visto risalendo sempre la SP 623, la via del Passo Brasa, vicino a Bombiana. Ricorda la presenza, le gesta e i caduti tra i militari brasiliani, che affiancarono gli statunitensi nell’avanzata verso nord per riprendere queste cime ai tedeschi e guadagnare infine la val Padana. Ma perchè pur sapendolo, non mi ci sono mai soffermata, questo oggi mi colpisce.Monumento ai soldati brasiliani

Così dedico buona parte della mattina a rimettere insieme quel che so della topografia di questa zona con gli avvenimenti dell’autunno 1944 e primavera 1945. Cerco punti di riferimento, e trovo mappe, guide, segnalazioni di musei, progetti editoriali, monumenti alla memoria. Con ulteriore sbigottimento mi rendo conto che un memoriale di questi fatti si trova proprio a un incrocio che recentemente ho percorso moltissime volte, senza mai farci caso. E mi chiedo come mai questi pezzi di pietra, questi massi di materia inerte che sono lì per una ragione, per richiamarci alla memoria di quel che è successo, per muoverci a pietà dei morti, dei feriti, degli spargimenti di sangue, di lacrime, di devastazione, possano essere ignorati, non visti, non adempiere il loro compito. E oggi che invece li vedo, li sento, li ho salvati nella mia mappa mentale, mi rendo conto che non sono loro a mancare il loro compito, ma sono io a mancare il mio.

La memoria è un compito che si fa insieme, la storia, i libri, le foto da una parte, e le persone dall’altra. Le pietre, i monumenti, fanno la loro parte per ricordarci cosa c’è in gioco nella storia, cosa si rischia quando si perde l’umanità, cosa rischia un paese e un continente quando le follie egemoniche di qualcuno non trovano freni adeguati, quando personaggi senza coscienza si trovano in mano più leve di potere di quelle che nessuno dovrebbe mai avere.

La voce della storia parla proprio alle nostre orecchie, si leva proprio dalle strade che calpestiamo tutti i giorni, ci sussurra proprio dalle pietre al cui fianco passiamo mattina e pomeriggio. La voce della storia ci dice che oggi come ieri siamo tutti sulla stessa barca, che i destini degli uni sono legati ai destini degli altri, che i mari e gli oceani sono sempre stati attraversati, da una parte e dall’altra. Ci dice che come uno scialpinista di 25 anni, giovane e atletico ha attraversato l’Atlantico e ha trovato la morte su queste umili cime dell’Appennino bolognese, in una guerra in cui non c’entrava niente, così chiunque, per amore o per forza può trovarsi a dover attraversare un mare o una montagna, e trovare la morte senza una buona ragione.

Torger Tokle

Non è per questo che i paesi europei si sono rialzati dalle macerie della seconda guerra mondiale e hanno cercato da capo di costruire dei sistemi civili e democratici. Non per diventare spettatori cinici e assenti, quando non attori attivi della morte, dello spargimento di sangue, della devastazione dell’esistenza di singoli esseri umani o intere popolazioni.

Le pietre che sono disseminate sui nostri monti, nei nostri quartieri, nelle nostre piazze, sono lì per una buona ragione: per ricordarci che avevamo voluto essere migliori di così, e per ricordarci di non avere dei cuori di pietra.

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