Libertà è partecipazione

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Una visita di tre giorni al cuore delle istituzioni europee, dal 4 al 6 febbraio.

Tra qualche mese si voterà per rinnovare il Parlamento europeo, e i nodi critici del progetto di integrazione europeo sono ancora lontani dall’essere sciolti. Questo fa buon gioco alle posizioni euro-scettiche, che nelle proiezioni di voto sembrano guadagnare posizioni.

Da parte nostra ci schieriamo una volta di più dalla parte della progettualità.

Le sfide dell’attualità sono sempre più scottanti, ed è responsabilità di tutti noi, cittadini italiani ed europei chiederci cosa vogliamo per i nostri paesi tra cinque, dieci, venti o cinquant’anni. A motivo dell’influenza di internet e dei social network sull’informazione, il qui e ora è sovrarappresentato; sembra che tutto si giochi sempre in questo presente schiacciato, adesso o mai più. Sembra che conti solo quello che fa guadagnare “traffico” sui social, quello che fa prendere likes, commenti, condivisioni.

Alla prova dei fatti tuttavia, noi tutti distinguiamo un lavoro fatto bene da uno improvvisato. Un lavoro fatto bene mostra in filigrana la competenza impiegata, le analisi, gli studi sui rapporti tra costi e benefici. Un lavoro fatto bene resiste alle intemperie e all’usura del tempo. Diversamente da un post sui social, una foto o una dichiarazione altisonante, che solo 24 ore dopo viene sepolta dalla mole degli altri post, delle altre dichiarazioni.

Quindi ecco perché domani con la Fondazione Ora, e con Il mio cuore per l’Europa, torniamo sulla strada di un progetto fatto per durare e per produrre benefici nel tempo.

Puntiamo sulla condivisione delle idee tra le generazioni, organizzando un viaggio con dei giovani emiliani presso le istituzioni europee, per riflettere su come e perché investire nella costruzione di un’Unione Europea più solida e forte. Puntiamo sulla formazione,  creando occasioni di incontro e confronto.

Puntiamo sulla memoria, includendo una visita al Museo della Storia Europea, per non dimenticare da dove veniamo e per contribuire a una memoria condivisa. Puntiamo sulla democrazia, sul rispetto delle regole e delle istituzioni, che sono i baluardi più solidi contro l’eccesso di potere e di personalismo. Puntiamo anche sul riempire di senso le regole e le istituzioni, perché il rischio che queste diventino fini a se stesse c’è stato e sempre ci sarà.

Andiamo a visitare il Parlamento europeo, a incontrare i nostri rappresentanti in quella sede, a chiedere e sollecitare risposte. Cosa faremo per il clima, per l’ambiente? Per il lavoro e la giustizia sociale? Per l’equità di genere e tra le generazioni? Per una società tollerante ed inclusiva? E cosa possono fare i cittadini, e in che modo possono dialogare con le istituzioni europee per sapere cosa succede, inviare le proprie istanze, farsi tutelare dal diritto europeo?

Vogliamo riempire di senso la condizione di cittadino europeo, che non si esplica solo al momento del voto. Se siamo cittadini solo dentro alla cabina elettorale, tutti gli altri giorni dell’anno ci sentiremo frustrati, soverchiati da una vicenda storica che ci passa sopra e ci può anche schiacciare. Possiamo guardarla dalla finestra, anche da una finestra brillante, brillantissima come lo schermo di una tv, un tablet, un cellulare, una finestra che ci consente anche di urlare la nostra delusione, rabbia, frustrazione. E poi ritrovarci svuotati, perché se ci sarà andata bene non avremo guadagnato che qualche decina di like o di commenti.

Non è questo il cittadino europeo. Il cittadino europeo guarda sì dalla finestra, ma poi scende le scale di casa e va in strada, va in piazza, incontra le persone, si informa direttamente e partecipa alla vita della sua comunità.

Dal 4 al 6 febbraio saremo una trentina di cittadini che vanno a bussare alle porte della nostra casa comune europea, per conoscerla, per farne parte attiva, per sostenerla.

Ognuno può farlo a modo suo, anche senza andare a Bruxelles.

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