Ai crocevia

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

A queste 9 parole tutti gli italiani sono affezionati, le conoscono e le sanno ripetere a memoria con orgoglio.

Con buona ragione, perché rappresentano un’identità e una vocazione di cui andare fieri.

Questo nonostante il fatto che nel corso della storia, in modi e misure diverse, questa identità e vocazione viene tradita, o almeno sbiadita. Avviene a volte che lo Stato non rappresenti più tutti i cittadini in modo equo, o avvengono degenerazioni del processo democratico; o avviene che ci siano cittadini più uguali degli altri, che hanno più possibilità non in virtù del loro lavoro, del loro impegno e del loro merito, ma grazie alla posizione e ai privilegi.

Eppure nessun italiano di buon senso appoggerebbe la proposta di cancellare queste 9 parole. Nessuno dice che, poiché l’incipit della Costituzione non viene sempre rispettato, allora è giusto sostituirlo con qualcos’altro, abbandonare la forma repubblicana, sospendere la democrazia. Siamo affezionati alla nostra Repubblica e alla nostra democrazia, anche se a volte è malconcia. Avremmo paura, e giustamente, di trovarci privi di quelle luminose parole, che da settant’anni ci difendono e ci indicano la strada da percorrere. Da quelle parole discendono principi, istituzioni, freni e contrappesi che pongono argini agli eccessi e abusi di potere, e orientano il lavoro di chi si occupa della cosa pubblica, al di là di possibili vizi o virtù personali.

Cosa sia, e cosa possa essere l’Unione Europea, non è altrettanto evidente.

Facciamo fatica a descriverla in modo semplice, a sentirci legati a un’entità di cui non vediamo un volto familiare, parla tante lingue e ha un’architettura istituzionale esageratamente complicata. Inoltre, da diversi anni soffre di una crisi di identità e di vocazione.

Di fronte a questo, molti di noi sono tentati di rinnegarla, cancellarla, rifiutarla. Non ci rappresenta e non ci difende. Perché dovremmo tifare per lei?

Ho letto in questi giorni che è uscito un film a bivi. Le storie a bivi hanno un’attrattiva particolare perché agiscono sul nostro eterno, intimo tormento delle scelte, e del “cosa sarebbe successo se”. Nel film in questione si può percorrere un bivio e vedere dove porta, e poi riavvolgere la storia e percorrerne un altro. Forse a volte pensiamo che anche nella vita possiamo fare questo giochetto. Forse lo pensavano i cittadini della Gran Bretagna, quando all’indomani del voto sulla Brexit hanno detto “Ehi ma io non pensavo veramente di voler uscire dall’UE! Ho votato così per protesta!”. Con i problemi seguiti a quel voto, sarebbero in molti a voler riavvolgere la storia e prendere un’altra strada. O forse a volte pensiamo di essere irrilevanti. Ci sono dei grandi bivi nel corso della storia, ma qualunque cosa noi facciamo non incide sulla piega che prendono gli eventi.

Entrambe le sensazioni sono sbagliate. La storia prende una piega, e non ne prende un’altra. E le nostre scelte di ogni giorno hanno un peso nella grande storia, piccolo o grande che sia. I difetti della storia che viviamo sono sotto i nostri occhi, scritti nei libri di storia, ci pesano addosso, ne sentiamo la puzza. Guardiamo con nostalgia indietro al bivio e diciamo “ehi ridammi quel momento, mi sono sbagliato, voglio rifare la mia scelta”.

Non sapremo mai come sarebbe andato se avessimo fatto quell’altra scelta. Sappiamo però che alla fine della Seconda Guerra Mondiale alcune menti coraggiose hanno guardato indietro non per piangersi addosso, ma per evitare di ripetere gli errori del passato. Hanno agito sul presente che si trovavano con lo sguardo rivolto al futuro. Il nostro presente non è mai perfetto, il presente dell’Italia non è perfetto, e il presente dell’Europa non è perfetto. Ma allo stesso modo per cui non vogliamo cancellare l’incipit, che è principio e orizzonte della Costituzione italiana, non dovremmo voler cancellare l’incipit, gli ideali, gli orizzonti dell’integrazione europea. Perché se dovessimo cancellare questa Unione Europea che ci troviamo, con tutti i suoi limiti, quello che ci troveremmo al suo posto non sarebbe una tabula rasa, su cui scrivere una bella storia senza difetti. Non avremmo un mondo perfetto, un campo dei miracoli in cui seminare spicci e raccogliere dobloni. Avremmo lo stesso un contesto globale complicato, carico di divisioni, competizioni, conflitti. Un mondo in cui lo spazio per il confronto di idee, la partecipazione, la solidarietà, rimangono sempre più schiacciati in mezzo alle grandi dinamiche di forza. Alle grandi potenze che oggi si contendono pezzi di supremazia globale non importa niente dell’inquinamento in Val Padana, della qualità della vita nelle periferie urbane, dell’equità di genere e tra le generazioni, della disoccupazione, della giustizia sociale. Non spendono e non spenderanno un pensiero né due spicci per affrontare questi problemi, e non per cattiveria, ma perché sono irrilevanti per le loro dimensioni e i loro obiettivi. Allo stesso tempo, questi sono problemi troppo grandi per una nazione del continente europeo, che non avrà mai la capacità e la portata per affrontarli. Questo sapevano i Padri fondatori dell’integrazione europea, che hanno unito la necessità strategica della cooperazione tra le nazioni europee con il perseguimento dei valori e degli ideali di civiltà più importanti del nostro continente. Una partita ambiziosa e difficile, che rischia di essere persa tanto sul fronte della capacità strategica, quanto sul fronte del mantenimento dei valori civili.

Per non trovarci più avanti a contare i secchi di inutile senno del poi occorre che oggi non ci facciamo ingannare dalle sirene delle soluzioni semplicistiche. L’Unione Europea è la casa che abbiamo oggi, e che può essere ancora la chiave e la risorsa per tutelare efficacemente i beni comuni a cui siamo affezionati. Abbiamo la sfida di rafforzarla, renderla migliore, più accogliente e solidale; e non è altro che la sfida di farla diventare conforme alla sua vocazione di pace e cooperazione, così come è nella vocazione dell’Italia essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

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