Per la Polis europea

La divisione più importante non è tra votanti e non votanti alle elezioni europee.

E nemmeno tra partiti sovranisti o europeisti.

La partita non si gioca sulla divisione tra Macron e Salvini, o tra Orban e Verhofstadt.

La divisione più importante passa dentro ognuno di noi, e non è mai una demarcazione netta.

Viviamo in un mondo di grande potenziale, di bene e male, di conflitto e cooperazione. Al crescere delle possibilità tecniche però non crescono parimenti le nostre capacità di comprensione della realtà.

Temiamo di essere ingannati, e cerchiamo di schierarci dalla parte del più furbo, del vincente di turno.

Ma continuiamo ad agitarci, perchè dentro di noi sappiamo che è uno schieramento fragile, su piedi d’argilla.

La verità che i nostri nonni hanno imparato sulla loro pelle, e a motivo della quale ci hanno consegnato delle democrazie costituzionali piene di freni e contrappesi; la verità amara emersa dai macelli delle guerre mondiali; è che il confine tra l’essere una società civile e una società rapace è estremamente labile. Sì, sono usciti dei vincitori morali dalle guerre mondiali, nazioni che si sono fregiate dello statuto di liberatori dalla barbarie e dall’oppressione. Ma non è questa la nostra vera eredità di europei. La nostra eredità più importante è la Polis. La Polis è il luogo e il tempo che ci rende cittadini, ovvero partecipanti attivi del nostro tempo, responsabili nel bene e nel male di quello che accade in mezzo a noi. Abbiamo paura dei poteri forti, e facciamo bene perchè esistono. Ma ci sbagliamo spesso sulla loro identità. Il potere forte oggi è forte perchè ci rende suoi complici senza che neanche ce ne accorgiamo. Diventiamo megafoni del qualunquismo, del pressapochismo, dell’attacco irriflesso verso l’altro. Diventiamo megafoni inconsapevoli del disprezzo, costruito a tavolino, nei confronti della nostra Polis. Abbiamo creduto a chi ce l’ha rappresentata come un palazzo di cristallo in cui tutto era stabilito senza di noi, sopra di noi, dentro cui pochi privilegiati raccolgono il frutto della nostra fatica, e così abbiamo contribuito a renderla tale. Questi palazzi esistono, ma non sono sempre e necessariamente i palazzi della politica. Il potere forte trova solo buon gioco quando i cittadini voltano le spalle alla politica, alla lenta e spesso frustrante pratica della democrazia. Le nostre democrazie sono imperfette, dentro di esse ci sono molti e deplorevoli matrimoni tra il potere politico e i poteri forti. Ma l’alternativa non è eliminare il potere politico. Tolto il potere politico non rimane il paradiso terrestre, la terra pacificata e liberata. Rimangono i poteri forti senza più argini di alcun tipo, e non dobbiamo guardare molto lontano per vederne degli esempi. Dove non c’è l’opposizione, dove non c’è la libertà di stampa, dove i governanti sembrano risplendere di consenso infinito, di potenza efficace e facilmente dispiegabile.

È una nuova guerra fredda, ma molto più insidiosa di quella del Novecento. Non è così evidente e non è mai definitivo far parte di uno o dell’altro schieramento. Da una parte c’è la Polis, il posto dove si negozia e si discute continuamente, allo sfinimento, sbagliando in continuazione e cercando di rimediare, dove in mezzo agli interessi e agli equilibri di potere possono giocare un ruolo anche gli ideali, l’etica, la responsabilità; dall’altra c’è un mercato nel senso peggiore del termine, in cui tutto è in vendita, in cui conta solo avere più influenza, più potenza, più capacità. L’influenza, la capacità, la potenza, sono brillanti, possono accecare, possono apparire come la cosa giusta, meritevole di esistere, di trionfare.

Ecco perchè, a prescindere da cosa voterò alle prossime elezioni europee, io voto per la Polis europea. Appoggio quel sistema imperfetto ma perfettibile, dentro cui oltre a lotte di potere ci sono anche confronti tra ideali, confronti tra idee di Polis, tra modi diversi di concepire il mondo. Questo confronto, questa negoziazione, l’alternanza politica, la libertà di informazione, sono l’unico argine possibile allo strabordare dei poteri forti.

Voto e invoco il ritorno del cittadino, nel senso pieno del termine; non di colui che agita una bandiera o una tessera elettorale per rivendicare un diritto o un privilegio, ma di colui e colei che si assume l’onore e l’onere di far parte di una collettività, e di pensarsi come tale, e di comportarsi come una parte di un organismo vivente invece che un individuo alla deriva in un mare pieno di pescecani.

Spero nel riaffacciarsi del cittadino dietro e dentro all’utente social. L’utente social vive nell’istante, il cittadino vive nel tempo. Non è necessario contrapporre queste due dimensioni, ma se è facile essere un utente social è molto difficile essere un cittadino, perchè il cittadino rallenta, riflette, si interroga e si consulta con gli altri, ha l’umiltà di tacere e di imparare.

Torniamo cittadini, con la pazienza e la tenacia di restare, di votare e controllare, di chiedere di essere governati bene e giustamente, di guardare al futuro in modo costruttivo. Facciamolo oggi, domani, e il giorno dopo ancora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *